mondo jazz – RIMUSICANDO https://rimusicando.it my life for jazz format radiofonico e musica Sat, 17 Jan 2026 12:14:57 +0000 en-GB hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0 https://rimusicando.it/wp-content/uploads/2025/11/timbro-150x150.jpg mondo jazz – RIMUSICANDO https://rimusicando.it 32 32 Riprende con Carla Marcotulli “Latina in Jazz” 2025/2026 https://rimusicando.it/riprende-con-carla-marcotulli-latina-in-jazz-2025-2026/ https://rimusicando.it/riprende-con-carla-marcotulli-latina-in-jazz-2025-2026/#comments Sat, 17 Jan 2026 12:14:57 +0000 https://rimusicando.it/?p=475  

Dopo il periodo festivo riprende la XXVI Stagione di “Latina in Jazz 2025/2026”, a cura del Latina Jazz Club Luciano Marinelli con la direzione artistica di Elio Tatti. Il prossimo concerto sabato prossimo (17/01/2026) alle 21.00, sempre presso l’Auditorium del Circolo Cittadino Latina – Sante Palumbo vedrà sul palco il “CARLA MARCOTULLI 4tet” con Carla Marcotulli alla voce, Roberto Gorgazzini al pianoforte, Alessandro Bitzios al contrabbasso e Bruce Ditmas alla batteria.

La stagione proseguirà fino a maggio ospitando i seguenti concerti: 14 febbraio, il folto gruppo dei Brassense; il 7 marzo sarà invece la volta del Vittorio Solimene Quartet; ed eccoci al 4 aprile, quando il palco di Piazza del Popolo ospiterà l’Elio Tatti Trio, special guest Luca Aquino, trombettista e compositore di assoluto spessore; la serata del 9 maggio vedrà protagonista il Luca Mannutza Trio; infine il Marco Valeri Quartet eseguirà l’ultimo concerto di questa XXVI stagione, il 23 maggio.

Ma torniamo a sabato prossimo e al quartetto di Carla Marcotulli. Si tratta di una formazione di assoluto livello, guidata da colei che viene unanimemente considerata una delle migliori vocalist nazionali, Carla Marcotulli. Carla frequenta il mondo musicale sin da bambina; così a 16 anni si iscrive al Conservatorio di Musica di Frosinone dove frequenta la classe di flauto per 5 anni e il corso di musica Jazz diretto da Gerardo Iacoucci, cantando come solista sia nel coro Gospel che nella Big Band del Conservatorio. Nel 1984 partecipa alla registrazione del disco “Things” di Furio Di Castri. Nel 1986 un disco a suo nome per la Fonit Cetra dal titolo “Flying” con Antonio Faraò, Rita Marcotulli, Furio Di Castri, Anders Kjellberg, Flavio Boltro e Massimo Urbani. Contemporaneamente alla sua attività nell’ambito del jazz, intraprende lo studio del canto classico e più tardi si diplomerà in canto classico al conservatorio di musica “B. Marcello” di Venezia con il massimo dei voti e in canto Jazz. Verso la fine degli anni ’80 la definitiva affermazione dell’artista che registra vari dischi accolti sempre con grande successo da pubblico e critica.

Attualmente Carla Marcotulli ricopre il ruolo di docente di canto jazz presso il Conservatorio di Santa Cecilia di Roma.

Gerlando Gatto

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Le guide alla lettura di Gerlando Gatto https://rimusicando.it/le-guide-alla-lettura-di-gerlando-gatto/ https://rimusicando.it/le-guide-alla-lettura-di-gerlando-gatto/#comments Sat, 13 Dec 2025 13:00:45 +0000 https://rimusicando.it/?p=473 I NOSTRI LIBRI

Adriano Mazzoletti – “Il jazz in Italia – Volume terzo – Dagli anni sessanta al terzo millennio” – EDT – pgg.1100 – € 50,00

Ho tra le mani il nuovo libro, postumo, di Adriano Mazzoletti e devo dire che sono un po’ emozionato. Ecco, proprio questo tipo di sensazione stava per portarmi su una strada non corretta. In effetti ripensavo ad un episodio verificatosi durante la presentazione del libro alla Casa del Jazz il 27 novembre scorso quando un illustre musicologo invece di parlare del libro ha pensato bene di intrattenerci per un buon quarto d’ora sulle difficoltà incontrate nel suo lavoro di editing, con quale interesse per gli ascoltatori è fin troppo facile immaginare. Ecco perché, partendo da questo episodio, per qualche attimo ho pensato di raccontarvi delle mie emozioni, ma, per fortuna, subito dopo ho riflettuto su quale avrebbe potuto essere l’impatto di queste emozioni su chi mi legge: zero carbonella. Ho quindi cambiato strada ed eccomi a parlare del libro che rappresenta un unicum in senso assoluto.

In effetti se esaminiamo le varie realtà nazionali, non troveremo una storia del jazz “regionale” così completa, esaustiva. C’è da sottolineare, infatti, come il volume di Mazzoletti completa la sua ambiziosa e monumentale opera sul jazz in Italia, dopo i primi due volumi dedicati rispettivamente “Dalle origini alle grandi orchestre” e “Dallo swing agli anni sessanta”. Questa terza parte riparte dagli anni Sessanta, per arrivare fino ai giorni nostri. In 1.100 pagine Mazzoletti offre al lettore uno sguardo d’insieme su sei decenni di storia; il volume è diviso in due parti di cui la prima in dodici capitoli dedicati sostanzialmente alla realtà italiana, mentre la seconda parte guarda maggiormente alle realtà internazionali.

Mazzoletti segue passo dopo passo l’evoluzione del jazz italiano in questo periodo soffermandosi sulle personalità che hanno caratterizzato il periodo dando il giusto spazio e la giusta considerazione a un gran numero di musicisti. Non manca un’attenzione (e come avrebbe potuto essere diversamente) al grande ruolo che la RAI ha avuto nel passato per affermare l’importanza del jazz nel contesto internazionale e in quest’ambito abbiamo ritrovato i nomi di molti allora giovani critici che sotto la regia di Mazzoletti hanno curato tutta una serie di programmi su RADIOUNO.

Nella seconda parte Mazzoletti rivolge lo sguardo alla realtà internazionale partendo da “L’unione Europea di Radiodiffusione: una storia mai raccontata”, passando poi attraverso “Il quiz internazionale del Jazz” dal ’67 all’86, e l’”Eurojazz”.

In ultima analisi c’è da aggiungere come, tra le tantissime pagine del volume, vengano illustrati gli americani e gli europei che sono venuti in Italia, le imprese dei nostri musicisti all’estero, i festival, la stampa, la radio e la tv italiane in rapporto al jazz. Di qui una mole sterminata di materiale documentario: nomi e titoli, luoghi e date, dischi e nastri, concerti e rassegne.

Sonia Spinello – “L’armonia del canto” – OM Edizioni – pgg. 120 – € 15,00

Ho conosciuto Sonia Spinelli ascoltando un suo disco e scoprendo così un’artista particolarmente sensibile ed eccellente nell’arte di interpretare. Adesso la ritrovo nei panni di scrittrice e devo dire che le due facce appartengono sicuramente alla stessa medaglia. Così come evidenzia una squisita sensibilità nella musica, così la Spinelli si esprime con la stessa sensibilità nell’affrontare una tematica sicuramente non banale, vale a dire il rapporto tra la voce, il corpo e l’anima.

In effetti il volume prende spunto dalle esperienze personali dell’autrice che ha avuto modo di documentare e osservare i benefici profondi che il canto può avere come strumento per migliorare la qualità della vita. La Spinelli è appassionata di medicina alternativa e bioenergetica, conseguendo qualifiche nel campo della medicina cinese, dell’Ayurveda e delle pratiche di rilassamento, pratiche che ha poi messo a disposizione dei suoi allievi.

Particolarmente interessante il capitolo in cui l’autrice esamina la connessione tra corpo e psiche e quindi i modi su come uscire, ad esempio, dalla depressione attraverso strumenti che sono a disposizione di tutti: la meditazione, le tecniche di respirazione, i trattamenti olistici, l’alimentazione adeguata e il canto come terapia. Di qui il collegamento tra canto e immaginazione intesa come possibilità di esplorare territori sonori ancora inesplorati scavando nel profondo per cui – afferma ancora la Spinelli – si percepisce la musica “come un’onda che trasporta sentimenti e storie, questa tecnica di visualizzazione è una porta verso l’arte del canto”.
Insomma, vivere il canto come una forma di pura creatività, un’esperienza immersiva e vera.

Gerlando Gatto

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Toccare il suono: tra faglie e poliritmi, la forma del resistere secondo gli Area https://rimusicando.it/toccare-il-suono-tra-faglie-e-poliritmi-la-forma-del-resistere-secondo-gli-area/ https://rimusicando.it/toccare-il-suono-tra-faglie-e-poliritmi-la-forma-del-resistere-secondo-gli-area/#comments Sat, 06 Dec 2025 10:45:41 +0000 https://rimusicando.it/?p=441 Il suono degli Area Open Project vive nelle sue aperture: tra deviazioni e crepe, la resistenza si fa gesto musicale. Recensione di Marina Tuni del concerto di Udine, 1° dicembre

Non tutti i gruppi hanno un suono che si può toccare. Gli Area sì. Al Palamostre, lunedì 1° dicembre, nel concerto organizzato da Euritmica, penultimo appuntamento del cartellone di Note Nuove, appena la band attacca, si ha l’impressione che l’aria nella sala cambi densità e diventi più spessa, vibrando come se dentro ci fossero rimasti dei frammenti di anni Settanta che nessuna restaurazione digitale è riuscita a lisciare via. È una musica che non “ritorna”, non “rivive”: spinge. Incessantemente.
Insiste lateralmente, contro le pareti del tempo, con quei suoi poliritmi obliqui che non propongono un passo: spostano il baricentro dell’ascolto.
In questo contesto, Patrizio Fariselli sembra più un geologo che un pianista: esplora faglie, scava sotto i modi, apre crepe tra un 7/4 e un 11/8 come se stesse mostrando al pubblico la sezione interna di una roccia, alternando momenti di virtuosismo controllato a brevi intermezzi parlati, raccontati con un’ironia che alleggerisce senza interrompere il flusso. Accenna aneddoti, rievoca episodi degli anni Settanta e non dimentica di richiamare l’attenzione sul dramma di Gaza, ricordando che negli Area la dimensione politica non è un dettaglio, ma un principio fondativo.
Attorno alla corrente che Fariselli muove sotto la superficie, la band agisce come un sistema di modulazioni incrociate, in cui ogni musicista interviene su assetti differenti del suono d’insieme. Walter Paoli, alla batteria, lavora soprattutto sul profilo interno del tempo: non interviene sul beat, ma sulla curvatura che lo anticipa e lo segue. I suoi fill, spesso costruiti su cicli asimmetrici, delineano una morfologia ritmica mobile, dove il punto d’appoggio sembra sempre sul punto di spostarsi. È un drumming che non espone il tempo: lo piega, lo inclina, lo rende poroso.
E lo fa nel ricordo del grande Giulio Capiozzo, che Paoli omaggia in apertura con un incipit visionario, più evocazione che citazione, come se ne esplorasse ancora oggi la traiettoria interrotta.
Marco Micheli agisce sulla tessitura armonica del gruppo. Il suo basso fornisce l’appoggio grave e inserisce deviazioni intervallari che cambiano il modo in cui gli accordi respirano. Le linee, spesso in posizione contraria rispetto al movimento melodico, creano una polarità variabile, utile a dare profondità alle sezioni più sature.
Stefano Fariselli lavora sulla topografia timbrica. Il sax soprano incide lo spettro come una linea di taglio, mentre flauti e clarinetto basso introducono gradienti di colore che ridisegnano la percezione dello spazio. L’EWI, impiegato come leva timbrica, muta la temperatura acustica dei brani senza alterarne l’identità.
Claudia Tellini usa la voce con disciplina e visionarietà, articolando fraseggi che si appoggiano ai contrasti metrici senza subire mai l’eredità ingombrante di Stratos.
Non lavora “sopra” il gruppo, ma dentro la metrica: gli attacchi sono calibrati sull’asimmetria dei pattern, le dinamiche modellate sulle fratture interne del tempo. Una componente strutturale dalla forma mutevole.

Tra i brani in scaletta (non solo una celebrazione del capolavoro del progressive Arbeit Macht Frei, 1973), ascoltiamo Arianna in Nasso, nuova composizione di Fariselli (testo di David Riondino), costruita come un insieme di piani che scorrono a velocità diverse. Le polimetrie aprono e chiudono passaggi come porte girevoli; la voce si muove tra parlato e canto; la sezione ritmica interviene disegnando piccole torsioni che ne piegano la continuità. È una pagina che esplicita quanto Fariselli continui a interrogare la scrittura ritmica come una zona in perenne assestamento, capace di reagire a ogni nuovo gesto.
Il celebre tema cretese di Cometa Rossa incontra In a Silent Way di Joe Zawinul, rievocato nella versione con Wayne Shorter (brano che era stato precedentemente inserito da Miles Davis nell’album omonimo del 1969). Non si tratta di una giustapposizione formale, ma di una compenetrazione di prospettive. Fariselli usa il synth come superficie riflettente, e la band costruisce un reticolo di suoni in costante mutazione, in cui il tema degli Area si lascia attraversare dalla logica armonica di Zawinul, preservandone l’impronta.
Il finale in 7/4 di Consapevolezza mantiene una curvatura viva del tempo, ancora sorprendente. L’assolo in 11/8 di Stefano Fariselli organizza frasi spezzate che convergono grazie a un controllo interno rigoroso. La sezione ritmica non si appoggia a una forma: la crea mentre avanza, facendo emergere un disegno irregolare ma pienamente tracciabile.
Prima di iniziare 240 Km da Smirne, Fariselli dice: «Da anni mi chiedono cosa ci sia a 240 km da Smirne. La verità è che… non l’abbiamo mai saputo!».
E infatti il pezzo procede come un tragitto senza destinazione apparente: un movimento costante che suggerisce un’idea di orizzonte destinato a modificarsi subito dopo, creando una sensazione di viaggio perpetuo.
Tra i brani storici citiamo: Arbeit Macht Frei, che conserva la sua energia tagliente; la frattura elettrica de L’abbattimento dello ZeppelinLe labbra del tempo, brano che si sviluppa per contrazioni e rilascio, L’elefante Bianco, una macchina ritmica che non smette di rigenerarsi.
Il recente Monika Ertl, brano dedicato alla militante tedesco-boliviana che nel 1971 uccise Roberto Quintanilla, coinvolto nell’assassinio di Che Guevara, avanza per velature sonore che lasciano intravedere ciò che sta sotto. Una pagina che rivela un Fariselli ancora desideroso di far sì che ogni scelta musicale porti con sé una responsabilità e non un semplice colore
In una recente conversazione, Fariselli racconta di essere immerso in un ciclo di brani inediti costruiti intorno alla presenza interpretativa della Tellini, non come semplice “voce solista” ma come punto di pressione capace di modificare la scrittura. I testi — firmati da David Riondino e Cristina Bergo — si intrecciano con parti strumentali che avanzano accanto alla voce, sullo stesso piano narrativo. Il primo frammento a emergere sarà “La foglia di Murmansk”, in uscita a gennaio, un nuovo capitolo che torna alla vicenda della “Mela di Odessa” degli anni Settanta per attraversarla da un’altra angolazione, con una convergenza diversa tra gesto vocale e impulso musicale.
L’album che seguirà prosegue su questa linea: materiali inediti che si confrontano con la radice sonora dei primi Area, conservando una propria postura e dal vivo si alternano a riletture del repertorio storico in uno scambio continuo tra passato e possibilità.

Dopo una cascata di applausi, Fariselli rientra solo, per un bis piano e synth, rileggendo una pagina di Creuza de Mä. Il tema affiora in sfumature leggere, con una sensibilità che avvolge la sala, fino a farci respirare la luce stessa del brano. Un omaggio essenziale, rigoroso, che chiude senza chiudere, lasciando il pubblico in uno stato di quiete vibrante.
Qualche nota per non dimenticare: Area POP(ular) Group nasce nei primi anni Settanta come un’entità irriducibile: jazz, rock, improvvisazione, musica colta, folklore mediterraneo, ricerca vocale, elettronica, politica radicale.
Non somigliano a niente perché non vogliono somigliare a niente: il loro obiettivo è inventare una lingua nuova, una musica che possa contenere conflitto, frattura, complessità.
Arbeit Macht Frei (1973) non è l’inizio di un percorso: è un varco improvviso nella musica italiana.
Stratos estende la voce oltre ogni codice conosciuto; Fariselli e Tavolazzi fanno collidere strutture interne che trovano equilibrio nel conflitto; Capiozzo reinventa la batteria come un magnetismo instabile che orienta e disorienta al tempo stesso; la politica entra nella musica come contesto, non come slogan.
Per chi lo ascolta allora – e per chi lo ascolta decenni dopo – il disco è un detonatore che non ha mai cessato di generare trasformazioni, che mostra come si possa costruire complessità senza retorica, rischio senza autocompiacimento, libertà senza caos.
Ancora oggi Arbeit Macht Frei non suona “storico”: suona ineludibile.
La serata di Udine lo ha ribadito: quella materia custodisce una dinamica che continua a emergere dal suo stesso passato. E la toccavi, nell’aria del Palamostre.
Gli Area Open Project dimostrano che il patrimonio degli Area non è un fossile da curare, ma un sistema aperto. Il concerto di Udine è stato un esempio raro di rilettura critica, nel quale tecnica, invenzione e coscienza politica convivono senza nostalgia.
Hoc memento: certe rivoluzioni, se ben custodite, resistono nel punto in cui la storia prova a spegnerle… e da lì continuano a spingere il futuro dove non è stato ancora immaginato.

Marina Tuni / A Proposito di Jazz © 2025

La redazione di APdJ ringrazia Ingrid Wight e Gianni Carlo Peressotti per le immagini

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Ricordando Adriano Mazzoletti https://rimusicando.it/ricordando-adriano-mazzoletti/ https://rimusicando.it/ricordando-adriano-mazzoletti/#comments Sat, 29 Nov 2025 09:56:35 +0000 https://rimusicando.it/?p=429 Appuntamento importante ieri (giovedì 27 novembre) alla Casa del Jazz. In programma un ricordo di Adriano Mazzoletti attraverso la presentazione del suo libro postumo “Il Jazz in Italia-dagli anni Sessanta al Terzo Millennio”.

Per quanti mi leggono in questo momento non c’è bisogno di spendere parole per ricordare chi era Adriano Mazzoletti. Per i pochi “altri” sarà importante dire che Adriano è stato uno dei più illustri e competenti personaggi della critica jazz di tutto il mondo. Ciò senza trascurare la sua incredibile attività radiofonica; quando egli lavorava in RAI, era diventato la “voce radiofonica” per eccellenza e sotto la sua guida il jazz era divenuto qualcosa di veramente importante e con numerosi appassionati al seguito. Peccato che quando Mazzoletti è uscito dalla RAI, la sua eredità non è stata raccolta da alcuno dato che oggi parlare di jazz in RAI è cosa al limite del blasfemo.

Per lumeggiare completamente la personalità di Mazzoletti non si può trascurare la sua attività di discografico (costituì coadiuvato dalla moglie Annamaria Pivato la Riviera Jazz Records) e quella di scrittore con tanti libri e soprattutto i tre volumi dedicati al jazz italiano per i tipi della EDT di cui il terzo è stato presentato ieri alla Casa del Jazz.

La serata si è svolta attraverso una serie di interventi anche musicali. Ad introdurre il tutto con poche parole Luciano Linzi e Luigi Onori; la parola è quindi passata all’attrice Milena Vukotic, la quale ha letto una intervista rilasciata da Adriano Mazzoletti tempo fa in cui vengono ripercorse le straordinarie tappe della carriera di Adriano in Rai.

A seguire Anna Maria Pivato ha mostrato alcune foto storiche tra cui una particolarmente significativa con Miles Davis senza occhiali neri e, quel che più importa, decisamente sorridente.

Dal canto suo Marcello Piras, che ha collaborato con Adriano soprattutto in fase di editing, ha illustrato quanto sia stato complesso, difficile il suo lavoro specie dopo che Adriano ha lasciato questa terra. Infine, poche parole, ma profondamente sentite, da Marco Molendini che ha tratteggiato la straordinaria figura di Mazzoletti.

A chiudere la serata due interventi musicali: dapprima il duo con Rita Marcotulli e Rosario Giuliani e poi un trio con Stefano Sabatini, Giovanni Tommaso e Bruno Biriaco.

Gerlando Gatto

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A Proposito di Jazz, di e con Gerlando Gatto https://rimusicando.it/a-proposito-di-jazz-di-e-con-gerlando-gatto/ Sat, 22 Nov 2025 12:10:05 +0000 https://rimusicando.it/?p=406

La Losen Records è un’etichetta discografica norvegese con sede a Oslo, fondata nel 2010 da Odd Gjelsnes sotto l’egida di MusikkLosen. L’etichetta è specializzata in musica jazz soprattutto norvegese, ma guarda anche al di là dei propri confini. Di qui un particolare interesse per il jazz italiano e quindi per molti artisti “nostrani” che vengono adeguatamente documentati. La prima pubblicazione targata “Losen” è stata l’album del pianista jazz Dag Arnesen, “Norwegian Song 3”. Come accennato l’etichetta si concentra sulla pubblicazione di musica jazz, ma attraverso la sua società madre, MusikkLosen, distribuisce anche altri generi come classica, rock, blues, etnica e colonne sonore.

Agnar Aspaas Qnt – “November Songs”

Particolarmente significativa la genesi di questo album. È lo stesso leader a spiegarlo presentando l’album. Dopo aver trascorso una quarantina d’anni a scrivere melodie per altri prendendo ispirazione dal secondo dopoguerra americano, e aver suonato come contrabbassista in numerosi gruppi, Agnar ha pensato bene che fosse giunto il momento di interpretare egli stesso i suoi brani. Di qui un repertorio davvero straordinario di undici brani tutti originali per la cui esecuzione il contrabbassista ha riunito un quintetto formato dal pianista Magne Arnesen, dal trombettista Magnus Aannestad Oseth, dal tenor sassofonista Erlend Vangen Kongtorp, e dal batterista Magnus Stefaniassen Eide. A conti fatti la scelta si è rivelata assai felice dal momento che il gruppo si muove con straordinaria creatività ed energia interpretando al meglio i brani del leader. Brani i cui titoli, spiega sempre Aspaas, sono strettamente connessi alla sua vita. Particolarmente significativi al riguardo “The Sideman” evidentemente riferito alla sua attività di musicista e “Late Bloomer” dedicato al trombettista Erik Halvorsen che costituì un importante fonte di ispirazione per lo stesso Aspaas.

 

Johan Tobias Bergstrom – “Stella”

Album davvero interessante questo del chitarrista Johan Tobias Bergstrom che si presenta alla testa di un quintetto completato da Jørgen Krøder Mathisen (violino),

Håkon Huldt-Nystrøm (basso), Thomas Antonio Debelian (percussioni) e Knut Hem (dobro) in veste di ospite d’onore. Album davvero interessante, dicevamo, e il motivo di questa considerazione va ricercata nel fatto che l’album propone tutta una serie di situazioni musicali variegate ma sempre pertinenti e assolutamente consequenziali. Così, per comporre i dieci brani in programma, il chitarrista si è ispirato al folk irlandese-norvegese, al ritmo tipico del Sud America, ai colori del Nord Africa. Insomma, un pannello di colori davvero straordinario che Bergstrom riesce a maneggiare con cura e competenza restando comunque ben ancorato nei confini del jazz correttamente inteso. È quanto meno evidente che per proporre una musica del genere ci fosse bisogno di un gruppo particolarmente affiatato. Di qui la scelta del chitarrista di fare ricorso ai tre musicisti che l’avevano accompagnato nel precedente album “Nova” (da noi recensito su questi stessi spazi) cui si è aggiunto Knut Hem alla chitarra slide in due brani.

Briotrio – “Voyage”

L’album, che vede come protagonisti Ingrid Øygard Steinkopf (pno e flt), Thomas Aurlund Lossius (contrabbasso) e Arne Skorpe Sjøen (batteria e organo) prende le mosse da un interrogativo ben preciso: cos’è la vita se non una sorta di viaggio intrapreso per raggiungere uno scopo? Nell’intento di rispondere a tale interrogativo, il gruppo affronta in 11 brani quelle che possono essere le situazioni che si incontrano durante le nostre giornate. Incontri più o meno casuali, conversazioni, amori, litigi, l’ascoltatore è immerso in una sorta di viaggio immaginario che, geograficamente parlando, va da Bergen (splendida città norvegese) fino all’Africa. Come al solito, quando gli album sono accompagnati da una sorta di descrizione abbastanza precisa, ci si pone il problema se poi l’ascolto risulta attinente a ciò che si è detto. Ancora una volta la risposta non è del tutto affermativa, nel senso che la musica scorre sì fluida, attraversa sì atmosfere molto diverse ma il tutto si tiene indipendentemente dalle motivazioni che i musicisti hanno posto alla base della loro incisione. A conferma di quanto sin qui detto, vi consigliamo di ascoltare “Ring & Replay” caratterizzato dai ritmi marocchini, “Kontrakanara” con evidenti richiami alla musica gambiana-wolof e “A sunny day in Bergen town“ con una più tradizionale carica di swing.

Eh3 – “Close to Nothing”

Ecco un gruppo che torna sul mercato dopo una prima esperienza non proprio esaltante: in effetti il primo loro album “Improve Reality” uscì nel maggio del 2020 ma a causa delle chiusure di molti locali e quindi della diminuzione di tour e occasioni di lavoro, l’album non ebbe una grande diffusione nonostante i lusinghieri successi della critica che non risparmiò aggettivazioni lusinghiere come “fantastico”, “eccellente”, “beautiful”… In questo secondo album la formazione è composta da Erland Helbø leader alla chitarra, Frode Berg al basso, Erik Smith alla batteria, (i tre storici elementi del trio) cui nell’occasione si aggiungono Knut Løchsen tastiere e sint (3,5,9) e Brynjule Blik organo hammond (8). I musicisti sono tutti personaggi ben noti nell’ambiente jazzistico del Nord-Europa e ancora una volta in questo album evidenziano il loro valore. Particolarmente importante la performance di Erland Helbø che farà felice tutti gli amanti della chitarra (particolarmente suadente l’interpretazione di “A Moose in the Sunset”); d’altro canto, la sua fama è suffragata dagli oltre duecento concerti l’anno che tiene in Norvegia e non solo. Dal punto di vista stilistico, il gruppo si muove lungo le direttrici tracciate da un jazz-rock di solida matrice statunitense con forti influssi blues.

Jan Gunnar Hoff Group – “Voyage”

E’ davvero un super-gruppo quello che vi presento in questo disco: Jan Gunnar Hoff è considerato uno dei migliori pianisti norvegesi oggi in esercizio; Nguyên Lê è un musicista francese di origini vietnamite che si è affermato come uno dei più grandi chitarristi, bassisti dell’intero universo jazzistico, Per Mathisen è un bassista e compositore jazz che ha lavorato, tra gli altri, con Terri Lyne Carrington, Geri Allen, Gary Thomas,  Alex Acuña, Gary Husband, Nguyên Lê e Terje Rypdal, infine Gary Husband batterista, tastierista, band leader inglese si è meritato una solida reputazione suonando in tutti i più importanti festival. Questi quattro personaggi hanno deciso di costituire questo gruppo con l’intenzione di suonare le composizioni di tutti e quattro dopo la fortunata partecipazione ad un Festival nel 2023. Ed hanno avuto ragione in quanto l’album è notevole. I brani sono tutti particolarmente significativi e rispecchiano appieno le personalità degli artisti, che trovano ampio spazio per esprimere appieno le proprie potenzialità. L’impianto è decisamente jazz ma non si escludono influssi rock, world e folk. Ottimo il brano di chiusura, “Seerene” di Nguyên Lê, un inno alla bellezza alla sincerità e alla speranza.

 

Roy Powell, Lorenzo Feliciati, Lucrezio de Seta – “Aria”

Tra le caratteristiche che connotano la Losen c’è anche l’attenzione che questa casa discografica dedica al jazz italiano. Così non sono pochi i “nostri” artisti che hanno avuto il piacere di incidere per la casa norvegese. In questo album ne ritroviamo due, Feliciati al basso e de Seta alla batteria. Il leader è Roy Powell un pianista, organista e compositore britannico che dopo aver studiato approfonditamente piano, avanguardia e composizione al Royal Northern College of Music di Manchester, nel 1995 ha deciso di stabilirsi in Norvegia. L’album in oggetto è un esempio di come molti jazzisti si rivolgano alla musica “dotta” come fonte di ispirazione. In effetti sei dei dieci pezzi furono scritti da Puccini, uno è un classico di Rodgers e Hart, tre sono original del leader. Come accennato, la formazione è un trio che si muove in maniera assolutamente convincente lungo le coordinate dettate dal leader che già dal 2007 collabora con il bassista Lorenzo Feliciati; ai due si è aggiunto Lucrezio de Seta e i tre hanno prodotto un album sicuramente notevole sia perché hanno saputo restituirci in tutta la loro genuina bellezza le arie di Puccini, sia perché Powell evidenzia una bella capacità di scrittura che si evidenzia soprattutto nello splendido “Les belles femmes”.

 

Hege Saugstad – “Randy’s Home”

Hege Saugstad è artista forse più nota nel mondo del pop che in quello del jazz: la vocalist ha infatti frequentato per diverso tempo l’universo della musica di più largo consumo ottenendo rilevanti successi. Adesso ha deciso di tornare al jazz e lo fa in modo particolarmente significativo per almeno due ordini di motivi: innanzitutto le motivazioni che stanno a base del progetto. “Randy” è un brano di Phil Woods ma è nello stesso tempo il nome di Randi Hultin (1928-2000), giornalista, grande amica di Hege che contribuì in maniera determinante ad introdurla nel mondo del jazz; ebbene questo album è dedicato proprio a Randi Hultin. Da un punto di vista stilistico, Hege ha chiamato accanto a sé musicisti di vaglia quali i fratelli Mathisen (chitarra e basso, conosciuti lo scorso anno in Grecia in occasione del Kardamili International Jazz Festival) e il percussionista Ole Petter Hansen Chylie alle percussioni. Per avere un’idea di ciò che si ascolta nell’album, segnaliamo che in repertorio figurano otto standard jazz, una bossa nova originale e un omaggio alla già citata Randi Hultin. Lo stile è un moderno mainstream caratterizzato da linee melodiche perfettamente riconoscibili, armonizzazioni sofisticate ma non astruse, un timing giusto.

S E A – “Places and Other Stories” –

Bjørn Skjelbred (piano/composizione), Rødbergman Terje Engen (batteria) e Tine Asmundsen (contrabbasso) sono i componenti del trio SEA.  Nello scorso novembre 2024 hanno registrato il loro primo album, per l’appunto questo in oggetto, che presenta, in repertorio una serie undici brani. I pezzi sono scritti tutti dal leader che dichiara apertamente di aver tratto ispirazione, per queste composizioni, da molteplici generi musicali. Va segnalato, innanzitutto, la grande empatia che caratterizza il gruppo e la cosa non stupisce più di tanto ove si tenga conto che Terje Engen e Tine Asmundsen possono vantare molte precedenti collaborazioni. Lo stile del gruppo è particolarmente originale. Da un lato è quanto mai evidente l’influenza degli storici trii di Bill Evans nonché di Herbie Hancock e del Trio EST, l’indimenticato gruppo guidato dal pianista Esbjörn Svensson Trio. Dall’altro lato tutto ciò non impedisce a SEA di muoversi lungo direttrici particolari che consentono il repentino passaggio dalla scrittura all’improvvisazione mantenendo una spiccata predilezione per la melodia, senza trascurare un originale impianto ritmico. Tutto ciò produce una musica che conquista facilmente il nostro interesse.

Smooth Elevator – “Moving Target”

Ancora un gruppo in cui figurano musicisti italiani: accanto al leader, il chitarrista Will Bernard, figurano Danilo Gallo al basso e Gioele Pagliaccia alla batteria. Il trio è alla prima uscita discografica ma i tre musicisti hanno alle spalle solide esperienze, così il leader ha collaborato tra gli altri con Tom Waits, Dr. John, John Medesky e Ben Sidran mentre Danilo Gallo non ha bisogno di ulteriori presentazioni al contrario di Gioele Pagliacci che ha costruito la sua carriera soprattutto all’estero, USA e Europa. Il trio si muove su un terreno particolarmente delicato, quella strettissima linea di confine che si estende attraverso il jazz, il funk, la musica psichedelica, l’avant-rock, l’ambient in un groviglio di suggestioni difficili da individuale singolarmente. Eppure, i tre riescono ad articolare un discorso coerente dall’inizio alla fine in cui di volta in volta fa capolino anche una linea melodica suggestiva a disegnare un paesaggio sonoro sempre variegato. Il tutto caratterizzato da un alternarsi tra scrittura e improvvisazione che solo i grandi musicisti riescono ad attuare. Da sottolineare infine che il repertorio consta di 13 brani, molti firmati da tutti e tre i musicisti, sei a firma singola.

Zoe Pia, Tenores di Orosei Antoni Milia – “Indindara”

Un album interamente dedicato alla musica italiana di grande qualità: ecco quindi la clarinettista, compositrice sarda Zoe Pia originaria di Mogoro (specialista anche delle launeddas) incontrarsi con i Tenores di Orosei Antoni Milia, al secolo Tore Mula, Francesco Mula, Ivan Sannai, Alessandro Contu. Il gruppo rappresenta una delle più belle realtà del panorama folcloristico e tradizionale italiano con un repertorio davvero assai vasto che spazia tra il sacro e il profano. I cinque hanno debuttato al Cala Gonone Jazz Festival ottenendo un caloroso successo determinato dalla bontà e originalità della proposta musicale. In realtà il connubio determinato dalle straordinarie voci dei Tenores e i suoni dalle launeddas e del clarinetto con effetti elettronici determinano una tessitura sonora straordinaria, incredibile nel richiamare tempi lontani, molto lontani, ma nello stesso tempo straordinariamente moderni sì da proiettare questa musica in una sfera che non conosce presente, passato e futuro ma solo una dimensione senza tempo, eterna si potrebbe azzardare. In tale contesto va segnalata ancora una volta la prova maiuscola di Zoe Pia che evidenzia quella che personalmente considero la sua dote migliore, la capacità di coniugare il rigore accademico con la volontà di non percorrere strade battute tendendo sempre verso la sperimentazione.

Gerlando Gatto

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