Il suono degli Area Open Project vive nelle sue aperture: tra deviazioni e crepe, la resistenza si fa gesto musicale. Recensione di Marina Tuni del concerto di Udine, 1° dicembre
Non tutti i gruppi hanno un suono che si può toccare. Gli Area sì. Al Palamostre, lunedì 1° dicembre, nel concerto organizzato da Euritmica, penultimo appuntamento del cartellone di Note Nuove, appena la band attacca, si ha l’impressione che l’aria nella sala cambi densità e diventi più spessa, vibrando come se dentro ci fossero rimasti dei frammenti di anni Settanta che nessuna restaurazione digitale è riuscita a lisciare via. È una musica che non “ritorna”, non “rivive”: spinge. Incessantemente.
Insiste lateralmente, contro le pareti del tempo, con quei suoi poliritmi obliqui che non propongono un passo: spostano il baricentro dell’ascolto.
In questo contesto, Patrizio Fariselli sembra più un geologo che un pianista: esplora faglie, scava sotto i modi, apre crepe tra un 7/4 e un 11/8 come se stesse mostrando al pubblico la sezione interna di una roccia, alternando momenti di virtuosismo controllato a brevi intermezzi parlati, raccontati con un’ironia che alleggerisce senza interrompere il flusso. Accenna aneddoti, rievoca episodi degli anni Settanta e non dimentica di richiamare l’attenzione sul dramma di Gaza, ricordando che negli Area la dimensione politica non è un dettaglio, ma un principio fondativo.
Attorno alla corrente che Fariselli muove sotto la superficie, la band agisce come un sistema di modulazioni incrociate, in cui ogni musicista interviene su assetti differenti del suono d’insieme. Walter Paoli, alla batteria, lavora soprattutto sul profilo interno del tempo: non interviene sul beat, ma sulla curvatura che lo anticipa e lo segue. I suoi fill, spesso costruiti su cicli asimmetrici, delineano una morfologia ritmica mobile, dove il punto d’appoggio sembra sempre sul punto di spostarsi. È un drumming che non espone il tempo: lo piega, lo inclina, lo rende poroso.
E lo fa nel ricordo del grande Giulio Capiozzo, che Paoli omaggia in apertura con un incipit visionario, più evocazione che citazione, come se ne esplorasse ancora oggi la traiettoria interrotta.
Marco Micheli agisce sulla tessitura armonica del gruppo. Il suo basso fornisce l’appoggio grave e inserisce deviazioni intervallari che cambiano il modo in cui gli accordi respirano. Le linee, spesso in posizione contraria rispetto al movimento melodico, creano una polarità variabile, utile a dare profondità alle sezioni più sature.
Stefano Fariselli lavora sulla topografia timbrica. Il sax soprano incide lo spettro come una linea di taglio, mentre flauti e clarinetto basso introducono gradienti di colore che ridisegnano la percezione dello spazio. L’EWI, impiegato come leva timbrica, muta la temperatura acustica dei brani senza alterarne l’identità.
Claudia Tellini usa la voce con disciplina e visionarietà, articolando fraseggi che si appoggiano ai contrasti metrici senza subire mai l’eredità ingombrante di Stratos.
Non lavora “sopra” il gruppo, ma dentro la metrica: gli attacchi sono calibrati sull’asimmetria dei pattern, le dinamiche modellate sulle fratture interne del tempo. Una componente strutturale dalla forma mutevole.
- ph: Gianni Carlo Peressotti
- ph: Gianni Carlo Peressotti
- ph: Gianni Carlo Peressotti
- ph: Gianni Carlo Peressotti
- ph: Ingrid Wight
- ph: Ingrid Wight
Tra i brani in scaletta (non solo una celebrazione del capolavoro del progressive Arbeit Macht Frei, 1973), ascoltiamo Arianna in Nasso, nuova composizione di Fariselli (testo di David Riondino), costruita come un insieme di piani che scorrono a velocità diverse. Le polimetrie aprono e chiudono passaggi come porte girevoli; la voce si muove tra parlato e canto; la sezione ritmica interviene disegnando piccole torsioni che ne piegano la continuità. È una pagina che esplicita quanto Fariselli continui a interrogare la scrittura ritmica come una zona in perenne assestamento, capace di reagire a ogni nuovo gesto.
Il celebre tema cretese di Cometa Rossa incontra In a Silent Way di Joe Zawinul, rievocato nella versione con Wayne Shorter (brano che era stato precedentemente inserito da Miles Davis nell’album omonimo del 1969). Non si tratta di una giustapposizione formale, ma di una compenetrazione di prospettive. Fariselli usa il synth come superficie riflettente, e la band costruisce un reticolo di suoni in costante mutazione, in cui il tema degli Area si lascia attraversare dalla logica armonica di Zawinul, preservandone l’impronta.
Il finale in 7/4 di Consapevolezza mantiene una curvatura viva del tempo, ancora sorprendente. L’assolo in 11/8 di Stefano Fariselli organizza frasi spezzate che convergono grazie a un controllo interno rigoroso. La sezione ritmica non si appoggia a una forma: la crea mentre avanza, facendo emergere un disegno irregolare ma pienamente tracciabile.
Prima di iniziare 240 Km da Smirne, Fariselli dice: «Da anni mi chiedono cosa ci sia a 240 km da Smirne. La verità è che… non l’abbiamo mai saputo!».
E infatti il pezzo procede come un tragitto senza destinazione apparente: un movimento costante che suggerisce un’idea di orizzonte destinato a modificarsi subito dopo, creando una sensazione di viaggio perpetuo.
Tra i brani storici citiamo: Arbeit Macht Frei, che conserva la sua energia tagliente; la frattura elettrica de L’abbattimento dello Zeppelin, Le labbra del tempo, brano che si sviluppa per contrazioni e rilascio, L’elefante Bianco, una macchina ritmica che non smette di rigenerarsi.
Il recente Monika Ertl, brano dedicato alla militante tedesco-boliviana che nel 1971 uccise Roberto Quintanilla, coinvolto nell’assassinio di Che Guevara, avanza per velature sonore che lasciano intravedere ciò che sta sotto. Una pagina che rivela un Fariselli ancora desideroso di far sì che ogni scelta musicale porti con sé una responsabilità e non un semplice colore
In una recente conversazione, Fariselli racconta di essere immerso in un ciclo di brani inediti costruiti intorno alla presenza interpretativa della Tellini, non come semplice “voce solista” ma come punto di pressione capace di modificare la scrittura. I testi — firmati da David Riondino e Cristina Bergo — si intrecciano con parti strumentali che avanzano accanto alla voce, sullo stesso piano narrativo. Il primo frammento a emergere sarà “La foglia di Murmansk”, in uscita a gennaio, un nuovo capitolo che torna alla vicenda della “Mela di Odessa” degli anni Settanta per attraversarla da un’altra angolazione, con una convergenza diversa tra gesto vocale e impulso musicale.
L’album che seguirà prosegue su questa linea: materiali inediti che si confrontano con la radice sonora dei primi Area, conservando una propria postura e dal vivo si alternano a riletture del repertorio storico in uno scambio continuo tra passato e possibilità.
- ph: Ingrid Wight
- ph: Ingrid Wight
- ph: Ingrid Wight
- ph: Ingrid Wight
- ph: Ingrid Wight
- ph: Ingrid Wight
Dopo una cascata di applausi, Fariselli rientra solo, per un bis piano e synth, rileggendo una pagina di Creuza de Mä. Il tema affiora in sfumature leggere, con una sensibilità che avvolge la sala, fino a farci respirare la luce stessa del brano. Un omaggio essenziale, rigoroso, che chiude senza chiudere, lasciando il pubblico in uno stato di quiete vibrante.
Qualche nota per non dimenticare: Area POP(ular) Group nasce nei primi anni Settanta come un’entità irriducibile: jazz, rock, improvvisazione, musica colta, folklore mediterraneo, ricerca vocale, elettronica, politica radicale.
Non somigliano a niente perché non vogliono somigliare a niente: il loro obiettivo è inventare una lingua nuova, una musica che possa contenere conflitto, frattura, complessità.
Arbeit Macht Frei (1973) non è l’inizio di un percorso: è un varco improvviso nella musica italiana.
Stratos estende la voce oltre ogni codice conosciuto; Fariselli e Tavolazzi fanno collidere strutture interne che trovano equilibrio nel conflitto; Capiozzo reinventa la batteria come un magnetismo instabile che orienta e disorienta al tempo stesso; la politica entra nella musica come contesto, non come slogan.
Per chi lo ascolta allora – e per chi lo ascolta decenni dopo – il disco è un detonatore che non ha mai cessato di generare trasformazioni, che mostra come si possa costruire complessità senza retorica, rischio senza autocompiacimento, libertà senza caos.
Ancora oggi Arbeit Macht Frei non suona “storico”: suona ineludibile.
La serata di Udine lo ha ribadito: quella materia custodisce una dinamica che continua a emergere dal suo stesso passato. E la toccavi, nell’aria del Palamostre.
Gli Area Open Project dimostrano che il patrimonio degli Area non è un fossile da curare, ma un sistema aperto. Il concerto di Udine è stato un esempio raro di rilettura critica, nel quale tecnica, invenzione e coscienza politica convivono senza nostalgia.
Hoc memento: certe rivoluzioni, se ben custodite, resistono nel punto in cui la storia prova a spegnerle… e da lì continuano a spingere il futuro dove non è stato ancora immaginato.
Marina Tuni / A Proposito di Jazz © 2025
La redazione di APdJ ringrazia Ingrid Wight e Gianni Carlo Peressotti per le immagini


















